Canzone di Auliver (inizi sec. XIV)

Musica del M° Giorgio Pressato
I
En rima greuf a far, dir e stravolger,
tut che deli savij eu sia il men savio,
volgr’ il mio sen un poch metr’ e desvolger,
ché de ço far ai trop long temp stad gravio:
ch’el me conven sul lad dei plangent volger,
a cui Amor se mostra fello e sdravio,
che sempremai li soi destrusse e pugna;
und’eo tegn mat quel ch’in tal ovra frugna:
ché quand el def bon guiderdon recever,
se non de mal aver se po’ percever.
Anche se sono il meno colto tra i colti,
vorrei applicare un poco le mie capacità
a comporre, recitare e modulare un
testo poetico difficile, poiché è da molto
tempo che lo desidero fare: ché non
posso restare indifferente alla sorte di
quei poveretti a cui Amore si mostra
malvagio e rabbioso, lui che non fa
altro che distruggere e combattere i
suoi fedeli; è per questo che giudico
sciocco chi si mette a frugare in tale
cosa; infatti quando dovrebbe ricevere
una buona ricompensa si rende conto di
averne soltanto un cattivo guadagno.
II
Tut el servir pert e’l son fait desconça
chi serf Amor con’ quel ch’in pred[a] çàpega;
plu sotilment che quel che vend ad onça
inganna ’l math infintanto che ’l tràpega;
el son calur, ch’ard plu che viva bronça
con’ l’om plu ’l sent, et adès in sù ràpega;
tut altrui fait e plaisir li par nuglia;
con’ven de dred, fais aisì con’ chi truglia,
ch’in leu del pes prend serp che’l pò percoder.
A mi par van chi cred d’Amor çoi scoder
Chi serve Amore, spreca il suo servizio
e si danneggia, come colui che zappa
nella pietra; con maggiore astuzia di
chi vende ad oncia [Amore] inganna
lo sciocco finchè lo intrappola; il suo
calore che arde più di viva brace,
quando uno incomincia a sentirlo,
eccolo divampare subito in su,
tutti i fatti e i piaceri degli altri lo
lasciano indifferente. Poiché [Amore]
sopravviene alle spalle, a tradimento,
[l’innamorato] è (oppure: io sono) come
uno che pesca con una piccola rete:
invece del pesce prende una serpe che lo
può ferire. A me sembra stolto chi crede
di poter ricavare gioia da Amore.
III
Eu las zaitif, fais aisì con’ chi struça
al çeuch, et altri n’à ’l plaxir e l’àsio;
e quand eu cred meilg branchar çoi el me muça:
et eu rimang col cor smarid e sfrasio.
Amor sovent tut el corp me speluça;
fàme semblant de darm’l son palaxio;
mas poi me ston con quel ch’a mort sengloça,
né me daraf d’aigua pur una gloça.
No me val sen dir, far, scriver né leger,
ch’al meu plaxir ver’ mi se voglia reger.
Io, disgraziato, faccio come chi si
affatica al gioco, mentre altri ne ha il
piacere e il guadagno e quando credo
di afferrare meglio la gioia, essa mi
scappa, e io resto col cuore smarrito e
illanguidito. Amore sovente mi pilucca
tutto il corpo; mi dà l’impressione di
concedermi il suo palazzo; ma quando
me ne sto come colui che singhiozza
moribondo, allora non mi darebbe
nemmeno una goccia d’acqua; non mi
giova dire, fare, scrivere e leggere cose
assennate e ingegnose, a che egli voglia
comportarsi nei miei riguardi come
piacerebbe a me.
IV
Amor me fes al prim ço ch’el vols crere,
si con’ fa [a]l mat quelui che trad bretòneghe.
fes-me cuidar c’om coglìs de març pere,
e ch’el mantel, ch’el me des, fos doe tòneghe;
fes-me pensar plu de nonant[a] sere
ch’el m’ameraf plu che Dëu sant mòneghe.
quella per cui el me torment’ e frusta.
Cuidava ben che [ço] fos caosa justa,
e plu de bon cuer amava servirla:
bramavala plu ch’aor, argent né pirla.
Sulle prime Amore mi fece credere
ciò che volle, così come fa quello che
spaccia frottole allo sciocco; mi fece
pensare che le pere si colgono a marzo,
e che il mantello che poteva darmi fossero
due tonache; mi fece pensare più
di novanta sere che quella per cui egli
mi tormenta e mi flagella mi avrebbe
amato più di quanto non ami Iddio un
santo monaco; credevo bene che ciò
fosse una cosa giusta e con sempre
maggiore attaccamento amavo servirla:
la desideravo più dell’oro, dell’argento
o di un monile.
V
Or m’è faglid tut quel ch’aver voliva,
si c’om me po’ scriver su la matrùcola
deli gnud scrignid d’Amor: perch’eu
crediva
lo dïamant speçar com’ una cùcola;
e ben è ver quel ch[e l’]’om me desiva:
a nïent ven quel ch’in Amor s’incrùcola;
no i val agur de corf né de cornigla;
quelui à ’l mal che trop se n’incavigla.
Al ben guadangn ch’eu n’ài, me ’n pos
percorger,
che cent se ’n part da lui çença ’l son
scorger.
Ora è venuto a mancarmi tutto quello
che volevo avere tanto che mi si può
iscrivere nel registro dei miseri scherniti
da Amore; giacchè credevo di spezzare
il diamante come una noce, insomma
è proprio vero quello che mi dicevano:
chi si impiglia in amore cade in miseria;
non gli giova buon augurio di corvo
o di cornacchia; ha il male colui che
troppo vi si attacca. Dal bel guadagno
che ne ho ricevuto mi posso rendere
conto che sono a centinaia quelli che
si accomiatano da lui senza il suo
accompagnamento.
VI
Auliver dis ch’esser pò tart l’acorger,
ver’ che l’om def for lengua et ovra sporger
Auliver dice che il rendersi conto può
tardare molto in confronto al fatto che
ci si deve affaticare tanto in parole ed
atti.
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